lunedì 8 ottobre 2007

ZUCCHERO, DISPENSA

Ho il fegato grasso, dice il dottore.
Da quando me lo ha detto ho smesso di mangiare caramelle. Eppure è una vita che salto il pranzo; vedi il destino…

Il barista intontito versa altro liquore.

Ho il fegato grasso, dice sorseggiando.

Risale uno strangolone, un pensiero attraversa l’aria, mentre si sparge lento l’odore di caffé tostato.

Pensa a Giovanna, che ha il soffio al cuore e se lo dimentica, poi si emoziona e si sente mancare. Ci è nata col soffio, ma aspetta di sentirsi mancare per ricordarselo. Si chiede se quel figlio “avvocato – capo ufficio – ha il nome di suo padre” esista davvero. O meglio se ha una consistenza fisica, perché le parole di Giovanna esistono per certo.

Pensa a Giovanna, al suo cuore che soffia, alla sua voce che tuona, al tortuoso incedere dei suoi vecchi discorsi, poi basta.
Non ci pensa più. Non può.
Dalla porta del baretto vengono fuori le sculture svelte di due carabinieri.

Dicono zucchero, che ci fa questo qui; dicono documento, cittadella, sanitari. Fingono di imporsi, parlano svelti. Dicono ancora zucchero e cittadella, perché è sparita una donazione, dicono sette volte donazione e quattro volte zucchero.
Smetto di sommare le parole per cercare di capire cosa succede, ma è troppo tardi.

- Tu che ci fai seduto qui? – gli chiede il più basso dei due.
Apre il sorriso bucato e lascia cadere due parole casuali, poi mette mano al borsellino di raso verde come per cercare un documento. Una cascata di spiccioli colora di rame il pavimento, si alza la tensione quasi qualcuno avesse sparato.
Il barista intanto sorride, dà l’impressione di mentire mentre racconta verità banali.
Il più basso è davvero incazzato adesso, mentre il barbuto raccoglie le monetine.

Il più alto dice ancora, dice dispensa e zucchero.

Il barista li conduce, mostra che i sacchi rubati alla cittadella dell’integrazione non sono nella sua dispensa.
Riprende possesso del bancone allora, fissando una linea un po’ al di sopra del suo orizzonte abituale. Fissa un televisore, si allarga progressivamente l’apertura delle sue orbite, lo sguardo resta fisso. Ancora un istante. Urla.

Si contagiano. – Goal! – è un eruzione profonda e collettiva. Urla il barista, contagia i suoi aguzzini, cerca approvazione, la ottiene. Nessuno sa se quell’urlo accompagni lo scorrere di secondi o di minuti, nessuno sa se il tempo stia attraversando l’orizzonte dell’ora.
L’urlo si estingue in un vociare, si stempera nell’affollarsi di opinioni, finché nessuno riesce a ritrovare il motivo della presenza nel baretto.

Come un’epidemia in miniatura si insinua la dimenticanza. Dicono sia svelta.

Al tavolo c’è solo il bicchiere. Del barbuto non resta che l’odore cattivo come un ricordo da rimuovere al più presto.
I due carabinieri si voltano. Salutano sereni.
Il barista lucida il bancone poi sbadiglia al lampadario.
Il sole non tramonta sull’orizzonte nano.

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